Sabato 25 Maggio 2019 ore 19.30
Palestra Centro S. Arialdo Cucciago, via Cantù 2, Cucciago

Nel nono anniversario della morte di Mons. Luigi Padovese il Centro Culturale propone una Cena benefica a favore delle Opere di Mons. Luigi Bizzeti Vescovo di Anatolia in Turchia. 
 
La cena sarà curata dall’associazione benefica Francesco Paganoni.
 

Prenotazione obbligatoria entro mercoledì 22 maggio
inviando una mail a:
centroculturalepadovese.info@gmail.com

o telefonando a:

Rosella 338 1817576
Silvia 340 8550031
Alfredo 392 0931327

 
La cena sarà preceduta dalla Santa Messa Vigiliare che sarà celebrata alle ore 18:00 al Santuario della Madonna della Neve a Cucciago con la presenza di Fra Sergio Pesenti (Ministro Provinciale dei Missionari Cappuccini)
 

Leggi e scarica la locandina: Locandina della cena del 25 maggio 2019

Quali sono i motivi che spingono il Centro Culturale a sostenere le iniziative di Mons. Bizzeti?

Mons. Bizzeti racconta così la situazione dei cristiani in Turchia (appunti da un suo recente intervento al PIME a Milano)

La Turchia è l’area geografica in cui il Cristianesimo ha iniziato a diffondersi (pensiamo a Paolo di Tarso e non solo) e che ha portato all’inizio del secolo scorso ad una presenza dei Cristiani intorno al 20% della popolazione.

Ragioni storiche e politiche hanno poi fatto radicalmente diminuire questa presenza.

La logica dell’“ognuno a casa sua” – dopo il Trattato di Pace di Losanna del 1923 – ha fatto sì che 1.500.000 Cristiani Greci siano tornati in Grecia e centinaia di migliaia di Turchi dall’estero siano ritornati in Turchia, facendo crollare i Cristiani dal 20% al 4%.

Ma l’aspetto più significativo è che è venuta meno la convivenza fra Cristiani e Musulmani, ingenerando quella reciproca diffidenza che l’isolamento porta inevitabilmente con sè. Meno ci si frequenta, più ci si guarda con sospetto.

Infatti Mons. Bizzeti non si preoccupa dei numeri. Non importa se i Cristiani sono tanti o pochi in Turchia. I primi cristiani nell’Impero Romano erano molti meno, ma nei primi tre secoli hanno sfondato.

Il problema non è essere in pochi, ma è che in quanto Cristiani si è insignificanti, perché non si è più consapevoli della bellezza del Cristianesimo. Non ci si rende più conto della qualità e dei talenti che si hanno e di cui si deve andare fieri. Gli stessi Musulmani avvertono la bellezza e la ricchezza del Cristianesimo, ma i cristiani non sanno spesso esprimerla.

Mons. Bizzeti si domanda: Su cosa puntare? Quali decisioni prendere?

Appena giunto in Turchia, Mons. Bizzeti ha fatto innanzitutto delle scelte immediate e concrete: aiutare i poveri, aiutare i rifugiati, riaprire la Caritas, e per tutto questo è grato agli italiani che lo sostengono anche dal punto di vista economico.

Si è trattato di “dare il pesce”, poi si è studiato come “dare la canna da pesca” attraverso micro-progetti, ma l’obiettivo vero è quello di “fornire la licenza di pesca” (per riprendere le parole dello stesso Monsignore)

E’ questa una battaglia che si fa a livello culturale e politico, e che si fa anche in Occidente, dove ancora si decidono tante cose della Turchia. Servono persone, investimenti, strategie…

Occorre dare ai Cristiani in Turchia la facoltà di fare: oggi non è loro permesso aprire una scuola, fare attività pubblica, distribuire beni. La Caritas non è riconosciuta, non ha uno status giuridico. Lo stesso Mons. Bizzeti è in Turchia con un permesso di soggiorno di un anno, da rinnovare periodicamente.

Come Europa possiamo fare tante cose: abbiamo un patrimonio culturale e di conquiste sociali ineguagliabili, che non possiamo dissipare e che ci deve portare ad essere soggetti più attivi.

Ma noi come singoli individui che non stiamo nella stanza dei bottoni delle grandi potenze del mondo, cosa possiamo fare?

Mons. Bizzeti – nella logica della Chiesa in uscita tanto cara a Papa Francesco – ci spiega che possiamo fare tante cose, e per questo il Centro Culturale Luigi Padovese si impegna a sostenere la sua comunità e le sue iniziative.

Innanzitutto ci ricorda che dobbiamo smettere di lamentarci, di pensare che la colpa sia degli altri, di preoccuparci di essere in pochi; diamoci da fare noi!

Abbiamo una serie di strumenti e di occasioni: la preghiera, il desiderio di “costruire ponti”, di conoscersi e di incontrarsi (si è creata una distanza enorme fra il cristianesimo di matrice orientale e quello di matrice occidentale). C’è anche una Chiesa Siriaca di cui non conosciamo quasi nulla, e che Mons. Bizzeti ci invita a scoprire, anche attraverso il viaggio che il Centro Culturale Luigi Padovese organizza a fine ottobre nella Turchia Siriaca, guidato anche dallo stesso Mons. Bizzeti.

Abbiamo tutti la possibilità di fare cultura e di ribadire i valori in cui crediamo. (fatto che non è più scontato…). Proprio per questo Mons. Bizzeti auspica un’apertura alla missionarietà. Ad esempio, alcuni giovani potrebbero andare in Turchia (Erasmus) per studiare e per approfondire la realtà di questo Paese; anche alcune famiglie potrebbero trasferirsi lì per dare testimonianza di vita cristiana.

Non da ultimo, possiamo aiutare anche concretamente ed economicamente (se in Anatolia è stata riaperta la Caritas, lo ricordiamo, è proprio grazie alla generosità degli Italiani).

In questo contesto si colloca quindi la scelta della cena benefica del 25 maggio, che offrirà l’occasione per aiutare i rifugiati Cristiani in Turchia (gente che ha deciso di perdere tutto pur di non rinnegare la propria

fede), che – a differenza dei rifugiati Musulmani – sono in un certo senso rifugiati di “serie B”, poiché in Turchia non trovano le proprie Chiese, istituzioni, cultura.

Come Cristiani, quindi, il fatto che si possa fare poco non deve essere vissuto come un problema: è la logica del granello di senape dello spirito evangelica.

(articolo steso a più mani)

Monsignor Bizzeti. «Essere vescovo in Turchia rafforza la mia fede»

Articolo di Fulvio Scaglione tratto dal sito del quotidiano Avvenire 14/01/2018

“Paolo Bizzeti, gesuita, 70 anni, vicario apostolico d’Anatolia. Una casula e una stola. Poi un messale, una stilografica, un paio di occhiali. La sede del vicariato apostolico di Anatolia è anche episcopio, convento, parrocchia, centro di accoglienza per pellegrini e studiosi, centro studi biblico-patristico, sede centrale della Caritas e tante altre cose.
Sono quegli oggetti, però, raccolti in una piccola teca della cappella, il polo magnetico del luogo. Appartenevano a monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dellʼAnatolia dallʼ11 ottobre 2004 al 3 giugno 2010, giorno in cui fu assassinato dal suo autista, Murat Altun. Un delitto crudele (monsignor Padovese fu decapitato) su cui non è mai stata fatta piena luce, perché Altun soffriva di disturbi mentali ma negli ultimi tempi aveva anche seguito un percorso di radicalizzazione islamica.
Una ferita profonda per i cristiani di Turchia, che si è riaperta lʼestate scorsa quando il giovane killer è uscito dal carcere dopo aver scontato una pena assai mite.
La vicenda, però, racconta la situazione dei cristiani di questa parte del mondo anche al di là di quel dramma atroce. Lo spiega bene monsignor Paolo Bizzeti, gesuita, succeduto a monsignor Padovese dopo un intervallo assai lungo, avendo preso possesso della cattedrale di Iskenderun il 29 novembre del 2015.
«È vero – dice il vicario apostolico – sono occorsi più di 5 anni per colmare quel vuoto, cosa che non ha mancato di aggravare lo choc della comunità cristiana locale. Certo, in una situazione di estrema scarsità di risorse umane e finanziarie non era facile trovare un successore. Ma si è anche sottovalutata lʼimportanza di assicurare una continuità alla presenza cristiana in questa regione. Forse si è pensato che la Turchia fosse ormai un Paese islamizzato, chiuso, anche se in tutti questi anni le comunità cristiane e i religiosi hanno potuto continuare il loro servizio.
Insomma, è innegabile un certo ritardo da parte della nostra Chiesa latina nel comprendere lʼimportanza della Turchia anche per il cristianesimo di oggi, oltre che come luogo delle origini cristiane. Qui siamo alla cerniera tra Oriente e Occidente, in un crocevia dove i problemi dello sviluppo economico, dei modelli di civilizzazione, della convivenza tra le fedi, sono molto sentiti. È quindi importante che la Santa Sede continui a investire su questo Paese. Cosa che infatti è avvenuta negli ultimi anni, in cui sono arrivati tre nuovi vescovi e un nuovo nunzio, monsignor Paul Fitzpatrick Russell, persona dinamica che ama questo Paese».
Caratteristica, questa, che è anche di monsignor Bizzeti. Fiorentino, nato nel 1947, nella Compagnia di Gesù dal 1966, già docente di Teologia spirituale presso la Facoltà teologica del Triveneto, padre Paolo (così continua a chiamarlo chi lo conosce meglio) è un profondo conoscitore della Turchia, cui ha dedicato diversi libri e guide, ed è anche fondatore dellʼassociazione ‘Amici del Medio Oriente’ (Amo).
«Questi due anni di missione in Turchia – dice – sono stati una grazia di Dio. Essere straniero in un Paese e viverci da cristiano ti aiuta a vivere il Vangelo. La mia fede è cresciuta, si è approfondita. Direi, anzi, che unʼesperienza di vita in missione dovrebbe essere messa nel curriculum di formazione di un prete, perché aiuta a cogliere i limiti del tuo mondo, della tua cultura, della tua Chiesa e a fortificare le tue motivazioni. Poi qui siamo a stretto contatto con lʼaltro per eccellenza della nostra epoca, lʼislam, ed è una provocazione forte, perché trovi persone che hanno serietà morale e credono in Dio e ti spingono a farti nuove domande. Ed è unʼesperienza forte anche essere parte di una minoranza che non conta nulla. Io sono un vescovo ma non ho niente, non sono nemmeno riconosciuto nel mio rango e nella mia identità. Il che spinge dolcemente a ripensare molte cose».
L’esperienza spirituale, comunque, non è lʼunica a far riflettere, da queste parti. Appena oltre il cancello del vicariato incombe un monolite scuro grande quanto un isolato: è la sede del Comune di Iskenderun, costruita abusivamente anche su terreni della Chiesa latina. Un arbitrio mai sanato, a dispetto della buona volontà della Chiesa che rinuncerebbe anche a parte delle sue giuste pretese. La Chiesa latina, però, sconta una debolezza: non ha riconoscimento ufficiale da parte dello Stato turco. Che invece altre Chiese hanno. Fino a che punto è un problema? «Nel Trattato di Losanna del 1923 il riconoscimento fu previsto per le Chiese caldea, siriaca e armena. Si pensava che il resto sarebbe stato messo a punto nei mesi successivi, cosa che invece non avvenne anche per lʼignavia delle potenze occidentali. E lì siamo rimasti.
Il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica latina come tale non è indispensabile, lo è invece quello delle parrocchie, della Caritas e degli strumenti con cui la Chiesa cattolica vive la sua vita pastorale». Questa condizione genera problemi nelle relazioni con le altre Chiese? «Tra noi non ci sono difficoltà ma i nostri problemi non sono i loro, è chiaro. Alla fin fine la Chiesa latina è in buona parte una Chiesa di stranieri e io stesso, come vescovo, ogni anno devo ottenere il permesso di soggiorno. Il che è paradossale, perché la Chiesa fondata sul Nuovo Testamento è qui da sempre. Basti ricordare che i primi sette concilii ecumenici si sono celebrati qui, in territorio turco.
Il pericolo è proprio questo, oggi: che si consideri il cristianesimo come qualcosa di ‘straniero’ quando invece è originario di questo territorio, da duemila anni».
Monsignor Bizzeti ha usato unʼespressione forte: ‘una Chiesa di stranieri’. E muovendomi tra Iskenderun, Antakya, Adana, Mersin, ho trovato infatti sacerdoti e religiosi italiani, romeni, indiani, nigeriani, e un solo turco. Ma il vescovo ha in mente unʼaltra accezione, che supera le questioni di passaporto. «Da quando la Chiesa latina ha ricominciato ad avere qui una presenza significativa, cioè da circa due secoli, è mancato forse il necessario sforzo di inculturazione. Nelle parrocchie, nelle case religiose, nelle scuole si è riproposto il modello delle Chiese occidentali, quando invece sarebbe stato utile coniugare il cristianesimo con la grande tradizione culturale turca. Inoltre, i religiosi dei vari ordini sono stati benemeriti, hanno garantito il servizio pastorale alle comunità cristiane locali, ma non cʼè stato un piano concertato che permettesse il nascere di una Chiesa diocesana locale. Per certi aspetti la Chiesa latina in Turchia non ha recepito la novità del Concilio Vaticano II».
Un tema importante, questo. Perché la Turchia continua a cambiare, e a gran velocità. Il lungomare di Iskenderun lo mostra in poche centinaia di metri. Unʼenorme statua di Atatürk, il padre della patria, circondato di soldati e bandiere. Un centro commerciale di superlusso. Una grande moschea di fresca costruzione. Dio, patria e dollaro, con lʼaccento su questo, quello o quellʼaltro secondo le stagioni politiche. Una sfida ulteriore, per la Chiesa latina. «I cambiamenti degli ultimi ventʼanni sono impressionanti – dice monsignor Bizzeti – . La Turchia si è aperta alle dinamiche del libero mercato, si è abbandonata a una certa euforia consumistica, ha vissuto una forte urbanizzazione, tanto che oggi quasi metà dei turchi vive in poche grandi città. La società turca è in grande movimento, tra molte difficoltà. La Chiesa, di fronte a tutto questo, forse non è stata capace di interpretare a fondo il cambiamento e di capire che esso offriva anche grandi opportunità di rinnovamento per la stessa presenza cristiana.
La popolazione turca è aperta, non priva di pregiudizi ma anche incuriosita dai cristiani, soprattutto i giovani. E forse ci siamo interrogati poco su come farci conoscere. Non vogliamo fare proselitismo ma abbiamo il dovere di farci conoscere per ciò che siamo. È mancata la strategia pastorale, ma adesso ci stiamo muovendo».
Nessun proselitismo, conferma monsignor Bizzeti. Però le conversioni al cristianesimo sono un rivolo che non si ferma. Lʼanno scorso, solo presso la parrocchia di Mersin, ci sono stati nove battesimi di adulti. Ad Antakya (Antiochia), in un solo pomeriggio presso la comunità cappuccina, ho visto arrivare tre ragazzi desiderosi di scoprire il cristianesimo. Un fenomeno di cui, da lontano, non si ha piena consapevolezza.
«È vero – dice il vescovo – ci sono molte persone interessate al cristianesimo, e non manca chi chiede di diventare cristiano. Noi siamo molto cauti. In tutte le parrocchie abbiamo un percorso molto serio di catecumenato che va dai due ai cinque anni, quindi percorsi molto impegnativi. A volte ci sono difficoltà con le famiglie di origine di queste persone, ma in questo Paese non è fatto alcun impedimento a chi vuole convertirsi. È la conferma che le comunità cristiane, presenti qui fin dai tempi degli apostoli, hanno ancora una linfa vitale». Nessun impedimento. Però la società turca si sta reislamizzando di gran carriera… «Qui siamo in Medio Oriente. Noi abbiamo fatto una netta separazione tra vita civile e vita religiosa, e soffriamo semmai del problema opposto, di una religiosità che è diventata individualistica, personale e intimistica.
Qui, da sempre, religione e vita civile sono realtà che interagiscono. Io ritengo in effetti legittimo che valori religiosi, o di ispirazione religiosa, abbiano anche una valenza civile. Ma occorre un grande equilibrio, che qui negli ultimi anni è forse mancato. Bisognerebbe garantire un maggiore pluralismo. Oggi la libertà di insegnamento è minacciata e si registra la tendenza a fare della scuola un luogo dove non solo si trasmette la cultura dellʼislam, ma si introducono i bambini e i ragazzi alla vita religiosa. Sulla libertà di ricerca e di dibattito allʼUniversità, la Turchia potrebbe fare passi avanti, altrimenti si mette unʼipoteca non da poco anche sullo sviluppo del Paese».